C’era una volta… la mietitura

“Tutto il campo era coperto di covoni e di gente.
Nell’alto, folto grano si vedeva qua e là, sul campo mietuto, la schiena curva d’una mietitrice, lo sbatter delle spighe, quando essa le prendeva fra le dita; una donna all’ombra e i covoni dispersi qua e là per la seminagione.
Dall’altra parte contadini ritti sui carri affastellavano i covoni e sollevavano polvere sul campo arso, rovente.”

Chiunque sia nato o cresciuto in campagna sa che questa è la storia della più bella delle feste di campagna: la mietitura. Eppure anche se queste righe sono state scritte da Tolstoj nella lontana Russia, sono le stesse che uscirebbero dalla bocca dei nostri nonni e bisnonni se potessero raccontarci di quei giorni in cui si lavorava duramente, c’era caldo e la polvere addosso ma si cantava e si era felici. Felici perché non tutti gli anni il raccolto andava bene, e quando si mieteva ciò significava grano e quindi pane per un anno.

Quando i campi cominciavano a esser dorati e il sole cocente alto nel cielo allora era il tempo favorevole per la raccolta del grano; e come si diceva dalle nostre parti “quand à ghè da medar an ghè né ori né bacioc” (“quando c’è da mietere non ci sono né orari né fronzoli), insomma quando il grano era pronto non bisognava perdere tempo e affrettarsi per portarlo a casa. Perciò accorreva tutto il vicinato e anche i bambini erano chiamati a questa gran festa, ognuno aveva una mansione precisa a cui attenersi. Le donne tagliavano gli steli con “al sghet” (piccola falce a mano), mentre gli uomini usavano una falce più grande, poi i fustelli venivano legati tra loro con i “ligam” (corde) a formare “i maragn” , piccoli mucchietti di fieno che sarebbero stati caricati su di un carretto trainato da un cavallo e portati sull’aia della corte a formare i covoni.

Non era insolito trovare persino una giovane mamma allattare il proprio figlio tra un covone di fieno e l’altro, nessuno in famiglia si sarebbe mai perso la mietitura. Il tutto, nonostante la calura e il duro lavoro, poteva proseguire anche parecchi giorni in un clima di festa e canzoni accompagnato da un pasto ricco delle pietanze migliori che i contadini avessero in dispensa, come salame, formaggio, carne e del buon lambrusco per calmare la sete e mantenersi in allegria. Ma forse il giorno più atteso era quello della trebbiatura, quando il grano veniva separato dalla paglia e si cominciava a essiccare il grano al sole sull’aia. Per giorni i bambini camminavano con i loro piedini scalzi nell’aia per muovere i chicchi e asciugarli.

Ancora oggi, nonostante i mezzi e i tempi siano cambiati, negli occhi dei nostri nonni il primo giorno d’estate durante la mietitura è possibile scorgere in loro quel bambino che camminava scalzo per l’aia, quella donna che allattava o che legava i covoni di fieno e sentire lo stesso fermento che ravvivava una volta le corti e gli animi durante quei giorni di festa.